domenica 2 agosto 2015

STORIA & MISTERI



STRAGE DI BOLOGNA

La Valle Caudina ricorda l’infame Strage di Bologna. 35 anni fa alle 10, 25 del mattino, in un caldo sabato come tanti, 85 vittime perdevano la vita, 200 feriti crollavano per terra e l’Italia veniva bagnata da sangue innocente. 




Una bomba micidiale dilaniò la stazione di Bologna e con essa un’intera area politica. La farsa delle condanne piovute sulle teste dei neofascisti non regge ancora oggi. La Comunità Militante Caudina si è sempre schierata dalla parte delle vittime, per una Giustizia giusta, partecipando attivamente al Comitato L’ora della Verità e informando i Caudini sulla triste vicenda.

Scavando nel passato è spuntato fuori questo articolo di Opposta Fazione del 2004 che esultava per l’assoluzione, poi ritrattata di Luigi Ciavardini. Riaprire il caso era troppo pericoloso? 


IL TERRORISTA SCONOSCIUTO
La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto.
Il libro racconta la vita e la militanza di Luigi Ciavardini. Una storia forte, simbolo di una generazione dilaniata. Gianluca Semprini nella seconda parte analizza tecnicamente la storia con documenti importanti e decisivi.
A settembre l’associazione culturale Il Sole di Massa, ossia i ribelli di Azione Giovani, aveva organizzato uno stuzzicante incontro dibattito sul terrorismo degli anni di piombo e sul libro in questione. Erano presenti l’avvocato taormina di Forza Italia e Marcello De Angelis direttore di Area, leader dei 270 bis e dirigente nazionale della Destra Sociale (AN) e Luigi Ciavardini, ex estremista nero dei Nuclei Armati Rivoluzionari e di Terza Posizione, che era in attesa di giudizio. Il mostro che secondo l’accusa, rivelatasi infondata, aveva messo la bomba nella stazione di Bologna, dilaniando ben 85 innocenti, ferendone oltre 200.
Ciavardini nel 1980 era un diciassettenne cresciuto nelle sezioni romane del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù, dove militavano anche i vari Alemanno e Gasparri, già all’epoca gente d’amministrazione più che di azione. In quella calda stagione politica, a Roma soprattutto, violenza e scontri erano un leitmotiv. Il livello dello scontro tra fazioni arrivò all’apice quando scoppiarono le faide tra estremisti rossi e neri. Giovani assassinati e massacrati per gli ideali. Troppo sangue è stato versato nelle piazze, troppo sangue che alimentava il sentimento di vendetta reciproco, creando una spirale di odio e irrazionalità. Uno di questi giovani era Ciavardini che ha pagato per i reati commessi e rivendicati con quattordici anni di carcere. La sua generazione porta cicatrici indelebili nei cuori e nei cervelli. Ma questa è un’altra storia, ci fa riflettere per non cadere negli errori del passato. Finito il dibattito, moderato da Alessandro Mosti, ho scambiato quattro chiacchiere con Marcello De Angelis ed ho conosciuto Luigi Ciavardini, che oggi ha 41 anni. Ero in compagnia di Enzo, salentino e militante. Le nostre mille domande hanno avuto mille risposte. La sete di giustizia e la sincera fiducia verso l’esito del processo sono state, incredibilmente, appagate e smentite dalla Corte di Cassazione: Ciavardini è innocente, oggi. Non ha messo la bomba. Stavolta ha vinto la verità. Stavolta…
La macchia infame è stata cancellata. Oltre il libro Ciavardini ci ha regalato la voglia di lottare per gli ideali: “armiamoci” di cultura, di rispetto reciproco, di voglia di costruire, senza badare alle etichette obsolete. Nonostante tutto il resto.


Quasi 10 anni fa L’ora della Verità organizzò una fiaccolata. Era il 3 dicembre 2005 e noi eravamo in marcia su Roma per chiedere giustizia. Gli assassini non hanno pagato per le vittime, i feriti e per le loro famiglie. La fiaccolata riuscì ad unire tutta l’area, forse per l’ultima volta. Per la CMC, invece, rappresentò il trampolino etico e morale per la crescita di tutta una comunità umana che non si è fermata. Mai più. La nostra voce dell’epoca, Opposta Fazione, invocava giustizia con articoli e riflessioni.


LUIGI RICORDA FRANCESCO
Ciavardini, nel suo libro, ricorda il coetaneo Francesco Cecchin, giovane Irpino del Fronte della Gioventù vittima della violenza politica. Un martire anche lui senza giustizia, che si somma a tutte le vittime della strategia della tensione, che non ebbe pietà di nussuno/a.

«Nei due mesi a Casal del Marmo ho frequentato anche Francesco Cecchin. Se non fosse morto, oggi sarebbe sicuramente un parlamentare di Alleanza Nazionale. Me lo immagino così perché lo ricordo diverso dagli altri, di buona famiglia, una mentalità più politica, più fine. Durante il periodo in coma, frequento spesso la sua famiglia, mi ricordo bene i genitori e soprattutto la sorella, Maria Carla. La madre di fronte al dramma della morte del figlio non aveva la mia sete di vendetta. Non voleva vedere alla sbarra i colpevoli a tutti i costi. Neanche Maria Carla, che aveva visto con i suoi occhi tutta la scena, la fuga del fratello, il volo, il corpo insanguinato, fermo a terra. Era una ragazza mite, timida, scioccata. Noi eravamo già induriti dalla vita, dagli scontri, dal carcere. Ci siamo rincontrati a distanza di anni. Maria Carla Cecchin è sempre sorridente, ma negli occhi leggi ancora il dramma del fratello. Il papà di Francesco Cecchin veniva da Nusco in provincia di Avellino; con un’aria aristocratica sedeva nella poltrona più bella del salone, stringeva i pugni e cercava di non piangere».

Tratto da “La Strage di Bologna e il terrorista sconosciuto il Caso Ciavardini, Edizioni Bietti, pag.45




LUIGI IL ROSSO DIFENDE LUIGI IL NERO
Tra le mille tesi e i mille dubbi, ecco la voce contro corrente di un parlamentare di Democrazia Proletaria, l’Onorevole Luigi Cipriani. Luigi il Rosso, che difese, indirettamente, Luigi il Nero. Wikipedia lo ricorda così:
L'on. Luigi Cipriani fu un forte sostenitore della tesi "atlantica" in contrapposizione alla pista neofascista, e accusò la massoneria deviata di seguire ordini e progetti anticomunisti dell'amministrazione Nixon e di Henry Kissinger, tramite la mediazione delle logge statunitensi. Per Cipriani le logge americane e inglesi avrebbero forzato il Grande Oriente d'Italia, tradizionalmente democratico, facendone convergere gli obiettivi con quelli della Gran Loggia Regolare d'Italia, di ispirazione conservatrice, e con elementi reazionari della Gran Loggia d'Italia degli Alam; da ciò sarebbe derivata anche l'ascesa di Gelli nella P2. Il politico di Democrazia Proletaria dichiarò inoltre alla Commissione Stragi e per il decimo anniversario della strage che
« quella di Bologna rispetto alle precedenti fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro paese; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall'attenzione della stampa, dal dibattito politico, dall'opera dei magistrati la strage di Ustica. Perché proprio Bologna è presto detto. Innanzitutto perché a Bologna risiedevano gran parte dei familiari delle vittime di Ustica, che dovevano essere zittiti con una strage di enormi proporzioni in città. In secondo luogo perché il Sismi poteva contare sull'appoggio di importanti magistrati alla Procura della repubblica. Infine, la interpretazione in chiave politica, di attacco alla roccaforte del Pci, sarebbe essa stessa stata un depistaggio sui reali obiettivi, scaricando sulla manovalanza fascista, ampiamente infiltrata dal Sismi, le responsabilità. Come era facilmente prevedibile, il Pci abboccò immediatamente all'amo della strage fascista per colpire le istituzioni democratiche. Ovviamente gli appelli a fare quadrato attorno alle istituzioni contro gli attacchi della destra si sprecarono, tutto il dibattito politico, l'informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell'oblio.»
(tratto da L. Cipriani, Da Ustica a Bologna. Due stragi francesi?, Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990)
Il discorso parlamentare per il decimo anniversario della strage, 2 agosto 1990, lasciò il segno:
« Signor Presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole "strage fascista", perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere "strage di stato"! »




OGGI
Sono passati 35 anni e si cercano ancora i mandanti e a nostro avviso si devono cercare anche gli esecutori materiali. Il 15 marzo 1991 la buonanima di Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica in carica, affermò di essersi sbagliato a definire "fascista" la strage alla stazione di Bologna e di essere stato male informato dai servizi segreti.
Nonostante tutto e tutti, oggi la situazione è come quella di ieri.

Nebulosa come la coltre di fumo che si sprigionò quella maledetta mattina di appena 35 anni fa.

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